Stop ai dazi di Trump, ma non a quelli sull’auto: facciamo chiarezza


Data inizio: 20-02-2026 - Data Fine: 20-04-2026


Foto (1)

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato la politica commerciale al centro del secondo mandato immaginato da Donald Trump: i dazi reciproci introdotti lo scorso aprile non sono validi, mentre rimangono in vigore quelli su veicoli, componenti auto, acciaio, alluminio e rame. Secondo i giudici, Trump ha oltrepassato i limiti della propria autorità imponendo tariffe tramite l'International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) del 1977, una norma che – secondo la Corte – non conferisce al presidente il potere di imporre dazi.

La decisione colpisce solo le misure introdotte tramite l'Ieepa. Ne facevano parte le tariffe reciproche a livello nazionale, con aliquote comprese tra il 10% e il 50%, e le tasse sull'importazione di merci provenienti da Canada, Messico e Cina, motivate dal tentativo di contrastare il traffico di fentanyl.

I dazi sull'auto, invece, restano pienamente in vigore perché basati sulla Section 232, la legge che consente misure straordinarie in nome della sicurezza nazionale. Questa base normativa è considerata una sorta di corazza giuridica molto più difficile da contestare rispetto all'Ieepa e che, proprio per questo, non viene intaccata dalla sentenza.

Perché i ricorrenti hanno vinto

I ricorrenti hanno vinto facendo leva su un punto fondamentale della Costituzione USA: l'Articolo I, Sezione 8 stabilisce che solo il Congresso può imporre dazi. Trump aveva sostenuto che l'Ieepa gli permettesse di intervenire sulle importazioni in caso di emergenza, invocando due presunti pericoli, cioè il traffico di droga proveniente dai Paesi confinanti e i deficit commerciali considerati dannosi per la manifattura americana. Tuttavia, la Corte ha stabilito che l'Ieepa non menziona alcun potere tariffario e che il Congresso non ha mai delegato al presidente una facoltà tanto ampia. A indebolire ulteriormente la difesa trumpiana è stata la formula con cui venivano calcolati i dazi reciproci, basata sul rapporto fra deficit commerciale bilaterale e volume delle importazioni da ogni singolo Paese, una metodologia giudicata non coerente con il quadro normativo.

C'è chi, come Stellantis, ha reagito investendo

Nel frattempo, molte aziende del settore automobilistico avevano scelto di reagire non sul piano legale, ma su quello industriale. Stellantis, guidata da Antonio Filosa, ha pianificato 13 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti, sospendendo momentaneamente la produzione nello stabilimento di Toluca in Messico per valutare l'impatto dei dazi e ricalibrando la produzione nordamericana per evitare penalizzazioni su modelli chiave.

Il gruppo Volkswagen, particolarmente esposto a causa dell'alta percentuale di componenti importati dalla Germania, stava valutando di aumentare gli investimenti in USA e Messico. Nissan aveva già bloccato l'export verso gli Stati Uniti dei modelli Infiniti QX50 e QX55 prodotti ad Aguascalientes per evitare i dazi al 25%, mentre Volvo aveva incrementato la produzione nella fabbrica di Nuevo León subito dopo l'annuncio delle misure tariffarie. Anche Ford e General Motors avevano avviato dialoghi con l'amministrazione, valutando riallineamenti produttivi e nuove localizzazioni per ottenere crediti tariffari, esenzioni o riduzioni temporanee del carico daziario.

Il piano B di Trump

All'indomani della sentenza, Trump ha definito la decisione "una vergogna”, assicurando di avere un piano B: si tratta di tariffe extra globali, dunque per tutti i Paesi, fissate al 10% e con durata, per ora, di 150 giorni. Sono esclusi, tra gli altri, le auto, alcuni componenti, nonché determinati veicoli medi e pesanti. 

Il verdetto della Corte Suprema, infatti, non impedisce a Trump di imporre dazi tramite altre leggi, anche se queste richiedono tempi più lunghi e prevedono limiti più severi rispetto all'Ieepa, riducendo la libertà d'azione che il tycoon aveva rivendicato. 

I soldi in palio: il capitolo rimborsi

Un capitolo particolarmente delicato riguarda i rimborsi. Nessun presidente prima di Trump aveva invocato la legge sui poteri di emergenza per imporre dazi. Secondo uno studio della Tax Foundation, le tariffe reciproche avrebbero generato 1.500 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Con l'annullamento, però, le aziende che li hanno pagati potrebbero richiedere rimborsi per 133 miliardi di dollari. Sarebbe una doppia battuta d'arresto per Trump: la perdita di una misura economica simbolo della sua agenda e l'obbligo per lo Stato di restituire somme enormi raccolte in modo giudicato illecito.




Contattaci per maggiori informazioni