Pechino alza barriere contro Trump, Meloni: "No all'allarmismo"


Data inizio: 04-04-2025 - Data Fine: 04-06-2025


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Le "tariffe doganali reciproche" annunciate da Donald Trump hanno ormai aperto le porte a qualsiasi tipo di reazione ai massimi vertici delle cancellerie dei principali partner commerciali degli Stati Uniti. Dopo il Canada, è la Cina a reagire, dando così seguito alla promessa di una pronta risposta alla guerra commerciale scatenata dall'inquilino della Casa Bianca. Pechino, infatti, ha deciso di imporre, a partire dal 10 aprile prossimo, "dazi reciproci" su tutti beni statunitensi importati in Cina. L'aliquota sarà del 34%, la stessa (o quasi) annunciata da Trump pochi giorni fa. Infatti, il nuovo dazio statunitense si aggiunge a quello del 20% già da tempo in vigore e introdotto, in due fasi successive, per contrastare il traffico di fentanyl. Quindi, le esportazioni cinesi verso gli Usa sono gravate da dazi per un totale del 54%. 

Il ricorso. Pechino, oltre alle sue tariffe, ha deciso di alzare l'asticella dello scontro, annunciando un ricorso all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). "Le pratiche commerciali degli Stati Uniti non sono in linea con le norme del commercio internazionale, minano seriamente i legittimi diritti e interessi della Cina e sono una tipica dimostrazione di bullismo unilaterale", ha affermato la Commissione per le tariffe doganali del Consiglio di Stato. Non solo. Pechino ha anche aggiunto 11 imprese statunitensi nella sua "lista delle entità inaffidabili", ha imposto controlli più severi sulle esportazioni di altre 16 aziende presenti in Cina e ha avviato un'indagine anti-dumping su alcuni dispositivi medici importati dagli Usa e dall'India. Insomma, Trump ha dato la scossa a un vera e propria escalation, che sta alimentando crescenti preoccupazioni. Lo dimostra il crollo generalizzato delle borse europee, appesantite dai timori per una recessione economica ormai dietro l'angolo. 

Le speranze europee. A tal proposito non vanno trascurate le parole del commissario Ue all'Economia, Valdis Dombrovskis, che in un'intervista a Repubblica ha citato "stime del Fondo monetario internazionale, secondo cui a medio termine il Pil globale scenderà del 7%". "È come perdere il Pil complessivo della Germania e della Francia. L'impatto negativo è evidente", ha aggiunto Dombrovskis, che ha poi cercato di fornire delle rassicurazioni durante un evento a Riga: "L'economia europea si sta dimostrando resiliente di fronte a shock economici consecutivi" come il Covid e la guerra della Russia in Ucraina e "ci aspettiamo che la crescita economica dell'Ue continui: l'anno scorso abbiamo avuto una crescita complessiva dell'1%" e "quest'anno ci aspettiamo una crescita leggermente più rapida". Rassicurazioni analoghe sono arrivate anche da Giorgia Meloni. "Sono ovviamente preoccupata, è un problema che va risolto. Non ne farei la catastrofe che sto ascoltando in questi giorni, che mi preoccupa paradossalmente più del fatto in sé. Parliamo di un mercato importante, quello Usa, che vale circa il 10% della nostra esportazione. Non smetteremo di esportare negli Usa, ma attenzione all'allarmismo che sto vedendo in queste ore", ha affermato il presidente del consiglio, replicando le affermazioni del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, sulla necessità di fermare il Green deal. "Dobbiamo lavorare sulla competitività delle nostre imprese. Sappiamo che c'è il settore auto colpito dai dazi in maniera importante, quindi forse dovremmo ragionare sul sospendere le norme del Green Deal relative al settore dell'automotive. C'è poi un tema aperto rispetto al patto di stabilità, c'è una norma che si chiama clausola generale di salvaguardia, forse dovremmo fare una valutazione ulteriore su come è stato indicato il patto di stabilità", ha affermato Meloni. 




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